Serbia

Il secondo anno della ScegliGesùSchool prevede un mese di missione sul campo che, nell’anno 2016, si è svolta in Serbia. Segue il racconto della loro esperienza:

Appena ci hanno comunicato della missione in Serbia per alcuni di noi è stata una grande gioia perché speravamo di andare lì ed essere quella famosa goccia nell’oceano in grado di fare la differenza, mentre per altri sapere che saremmo dovuti andare in un posto di cui non conoscevamo neppure la lingua è stato un vero e proprio shock perchè non sapevamo cosa aspettarci.

Durante una lezione di Servizio Sociale con Manuela Matè, abbiamo visto un video del campo rifugiati in Precevo che ci ha veramente colpiti. A uno di noi ha persino ricordato una parte del suo passato. Questo video ci ha dato una forte spinta a partire anche se ci ha lasciato molti dubbi su come sarebbe stato. Eravamo spaventati, pensavamo che sarebbe stata un’esperienza molto IMG_1592dura e difficile che avrebbe messo a rischio la nostra stessa vita. La grande domanda che tutti ci ponevamo era: cosa avremmo fatto oltre a servire il cibo? Temevamo anche il freddo e pensavamo: “chissà se mangeremo!”. Credevamo di correre il rischio d’ipotermia, perciò abbiamo provveduto all’abbigliamento termico. Durante la preparazione dei nostri bagagli ci domandavamo spesso dove avremmo dormito, come sarebbero stati i responsabili della missione e gli altri volontari con i quali avremmo lavorato e soprattutto come Dio si sarebbe servito di noi. Eravamo ansiosi e gioiosi allo stesso tempo, sapevamo comunque di essere nella volontà di Dio.

Così siamo partiti con tutte le nostre perplessità. Sul pullman abbiamo incontrato le prime difficoltà. Eravamo spaesati in mezzo a persone di un’altra cultura, confusi e spaventati tra le voci di una lingua sconosciuta e non capivamo neppure le indicazioni che l’autista cercava di darci.
Il viaggio è durato circa otto ore; siamo partiti di notte da Milano per arrivare alla Stazione di Zagreb verso le otto del mattino seguente. Scesi dall’autobus non abbiamo trovato nessuno ad aspettarci, in verità non sapevamo neppure come fossero fatte le persone che sarebbero dovute venire a prenderci; ci sentivamo soli in un paese straniero e oltretutto senza wi-fi. Dopo alcuni minuti ci siamo sentiti sollevati quando è arrivato a prenderci il Pastore Josè, responsabile della Remar Croazia (la nostra priIMG_1591ma tappa), per portarci a casa sua dove risiede anche la comunità delle donne della Remar Croazia.

Dopo avere ricevuto una bellissima accoglienza ed esserci rifocillati con un’abbondante colazione, siamo ripartiti per la Serbia (destinazione finale) con il Pastore Josè, sua moglie Loli e Nicholas (un volontario della Remar). Dopo tre ore di viaggio siamo arrivati a Sid, un piccolo paese al confine tra Serbia e Croazia, dove si trova la casa d’accoglienza per il gruppo di volontarie donne, gli uomini invece alloggiano in un appartamento distante circa 2 km. Nel tardo pomeriggio, dopo avere disfatto tutti i bagagli, siamo andati per la prima volta al campo rifugiati di Adasveci. Arrivati lì, i responsabili ci hanno mostrato la struttura: un vecchio Auto Grill adibito ad ospitare i rifugiati. I profughi ricevono cure mediche gratuite, cibo per il viaggio, un pasto caldo e un kit per l’igiene personale. Presso la struttura sono presenti e attive molte associazioni: l’Unicef che provvede al cibo per i bambini; Save the Children che si occupa di attività ludiche per i bambini; OM (un’associazione cristiana) che si occupa di tenere pulite le strade, UNHCR che è l’agenzia per l’unione dei rifugiati che si occupa di distribuire coperte e vestiti invernali; l’associazione CHZT TEAM che gestisce un grande deposito con ogni tipo di vestiti, scarpe e accessori; l’associazione Medici senza frontiere; Inter SOS che si occupa di fornire wi-fi gratis e la Remar.
Noi ci siamo occupati di preparare un pasto caldo, tè e zuppe nella cucina del campo. Ogni giorno venivano preparati circa 2000 litri di tè e venivano serviti circa 1200 pasti all’interno della tenda della Remar.

Dopo averci fatto vedere la struttura ed averci spiegato il lavoro da svolgere, ci hanno suddivisi in tre gruppi insieme ad altri volontari già presenti sul campo. Dovano coprire tre turni di otto ore di lavoro nelle seguenti fasce orarie: 00:00-08:00; 08:00-16:00; 16:00-00:00.
Principalmente c’eranoIMG_1554 questi due gruppi: uno in cucina per preparare la zuppa, il tè e i pasti per noi volontari e il secondo che si occupava di servire il tè e la zuppa all’interno della tenda dove i rifugiati si sedevano. Dopo pochi giorni di missione, ci siamo resi conto che gran parte delle nostre paure erano infondate perché la struttura era ben organizzata; infatti avevamo dei turni per mangiare e potevamo riposare dopo avere prestato il nostro servizio. Abbiamo avuto anche l’occasione di poter parlare la nostra lingua con alcuni dei responsabili e questo ha contribuito a farci sentire a nostro agio. Il Pastore Josè, Loli e il loro team sono state persone veramente speciali; ci hanno onorati facendoci sentire a casa e prendendosi cura delle nostre esigenze. Abbiamo imparato tanto trascorrendo del tempo con loro, persone che hanno lasciato tutto per dedicarsi alla missione.

Durante la giornata al campo, oltre a servire, abbiamo avuto l’occasione di parlare in inglese con i rifugiati: persone provenienti da diverse nazioni (Afganistan, Pakistan, Siria, Iraq, Iran, Kurdistan). Abbiamo sentito molte storie che ci hanno davvero toccato; molti di loro sono persone che hanno perso tutto a causa dei bombardamenti e tanti hanno perso delle persone care nel loro paese o durante il viaggio. I bambini esprimevano quello che avevano vissuto attraverso dei disegni, nei loro occhi si poteva leggere la disperazione. Ricordiamo, in particolare, la storia di un uomo che con la voce rotta dal pianto ci ha raccontato di essere in viaggio da diversi mesi per riabbracciare la sua famiglia emigrata in Germania già da tempo, ma non era riuscito a superare le frontiere perché aveva perso i documenti durante il bombardamento in Siria. Quando abbiamo compreso lo stato d’animo dei profughi e abbiamo visto così tanti bambini, abbiamo organizzato uno spettacolo di giocoleria per farli vivere una serata diversa dalle altre e per farli divertire.

Arrivati all’ultima settimana di missione, i responsabili ci hanno suddivisi un’altra volta: le ragazze (Stella, Sanje, LIMG_2643uiza e Valeria) in Serbia e i ragazzi (Joshua e Patrick) in Croazia a Slavonski Brod.

La missione in Croazia era organizzata diversamente rispetto a quella in Serbia: i profughi sostavano dalle 17.00 alle 13.00 circa del giorno successivo ed erano ospitati in vari capannoni attrezzati con letti a castello. Non era la Remar ad occuparsi di preparare e servire i pasti ma altre associazioni. Croce Rossa, Intersos, Medici senza Frontiere e Caritas si occupavano dei pasti e del vestiario, mentre i volontari della Remar distribuivano il tè caldo e avevano la possibilità di trascorrere del tempo con i profughi. I rifugiati che scappavano dalla guerra ripartivano da questo campo forniti dei fogli validi per l’espatrio e provvisti di zaini, coperte, scarpe, vestiti e cibo. Dopo una serie di accurati controlli della polizia partivano in treno per le località europee.

Rientrati alla School ci siamo resi conto che la missione in Serbia ci ha profondamente cambiati, ecco le nostre impressioni:

«È stata un’esperienza che mi ha segnata profondamente e ha cambiato il mio modo di vedere le missioni». Valeria

«La Serbia ha cambiato il mio modo di servire Dio e di relazionarmi con le persone. Ho capito quanto devo ringraziare Dio per tutto ciò che ho e che devo smetterla di lamentarmi». Patrick

«Questa missione mi ha permesso di toccare con mano il grande bisogno che c’è fuori e mi sono resa conto che troppe volte i cristiani si tirano indietro quando c’è da aiutare in modo pratico. È proprio vero che “la messe è grande, ma gli operai sono pochi”». Stella

«Dopo la missione in Serbia il mio desiderio di servire Dio sia in Italia che all’estero è cresciuto. Desidero che Dio si usi della mia vita per aiutare chi ha bisogno». Luiza

«È stata un’esperienza che ha confermato il mio desiderio di andare all’estero per crescere, per conoscere la visione di altre chiese e per aiutare le persone». Sana

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